FAQ
By BuzzuDomanda
Quali arti marziali compongono il bagaglio tecnico dei corsi?
Risposta
Il percorso formativo che ho cercato di seguire, pur nella mia limitata esperienza, è stato il più eclettico possibile.
Sono infatti convinto che in moltissime arti ci sia qualcosa che valga la pena di trattenere, al pari di tante cose che, magari, sono stilisticamente ed atleticamente splendide, ma del tutto superflue ai fini della risposta ad una reale aggressione.
La maggioranza delle tecniche che propongo è mutuata dal Silat indonesiano, un’arte che, fortunatamente, è stata “scoperta” tardi dagli occidentali, e questo fa sì che essa non sia stata tradotta in ambito sportivo, mantenendo gli aspetti di efficacia letale che la caratterizzano ancor oggi. Del silat esistono molti stili, ma principalmente si può definire come un’arte molto completa, con un largo uso delle leve, degli “atemi” (colpi), proiezioni, prese eccetera. Se posso permettermi, forse l’unica cosa in cui, rispetto ad altre, è un pò carente, sono i calci; i quali però vanno utilizzati con molto riserbo in uno scontro in strada (a meno che non si sia già molto capaci di tirarli per esperienze marziali differenti).
La seconda arte utilizzata, soprattutto per quel che riguarda i disarmi di bastone, è invece il kali filippino. Chiamato da alcuni anche “arnis”, o “escrima”, con differenze fra i termini che non sto a sottolineare anche perchè non mi sono del tutto chiare, il kali è un’arte oggi molto nota nel panorama internazionale ed anche in quello italiano, tanto è vero che la nostra nazionale ha già conseguito, in ambito sportivo (purtroppo è già avvenuto questo passaggio) risultati degni di nota.
Quanto, però, al maneggio del bastone, l’esperienza più valida che ho avuto modo di incontrare è stata quella di “canne italiana” con il Maestro Lorenzo Manusardi; oggi lo stesso maestro ha riadattato molto lo stile che insegna, proponendolo in una forma più dinamica ed aggressiva, ma lo studio “accademico” dei movimenti di base (in particolare i “mulinelli”) hanno incrementato moltissimo la mia fluidità di maneggio del bastone, pertanto è a questo tipo di stile, del tutto occidentale, che mi rifaccio nei corsi.
Altra arte chiamata in causa in grossa misura (soprattutto per gli strangolamenti e alcune tecniche di coltello) è il krav maga israeliano, che oggi sta spopolando sia a livello di palestre che all’interno delle forze dell’ordine, in particolare in Francia. Purtroppo, come tutti i fenomeni di massa, lo stile sta venendo molto contaminato, ed oggi, anche se è un’affermazione azzardata, viene forse sopravvalutato quanto ad efficacia. Tuttavia, all’origine, esso era stato ideato da Moshe Feldenkrais (lo stesso che ha elaborato il metodo antalgico e di rieducazione posturale) per far fronte alle aggressioni degli arabi che occupavano il suo paese, e che, per legge, erano autorizzati a portare il coltello come parte del loro costume tradizionale. E’ interessante notare come all’epoca, per difendersi da questi attacchi, venisse insegnato il Ju-Jitsu, ma che si rivelò inefficace, e portò quindi Feldenkrais (allora molto giovane) ad esaminare le reazioni istintive di alcuni soggetti durante simulazioni di aggressione, per elaborarne risposte efficaci.
Quanto appena detto sembrerebbe gettare ombra sull’efficacia del Ju-Jitsu, ma non è così: infatti, la maggior parte delle tecniche destinate a rispondere alle aggressioni di tipo sessuale, fra quelle che propongo, sono prese proprio da questo stile, del quale ho potuto apprezzare la validità in alcuni seminari.
Infine, qualche piccolo elemento (specie di “atemi”) è mutuato anche dal Jeet Kune Do, l’arte ideata da Bruce Lee, anch’essa ormai molto popolare, e che, come il suo creatore diceva, dovrebbe in realtà basarsi sull’adattamento e sull’improvvisazione.
Terminata questa lunga carrellata, il giudizio sintetico che vorrei emergesse è il seguente: se si vuole imparare davvero a difendersi, la cosa più indicata non è imparare un’arte marziale, ma, al contrario, prendere tutto ciò che si ritiene valido da quello che si vede e si impara, tralasciando il superfluo. Il che, in ultima analisi, potrebbe anche differire largamente da soggetto a soggetto, per via di tipologie caratteriali, costituzioni, situazioni, del tutto differenti.
Domanda
Che differenza c’è fra un corso di arti marziali ed uno di difesa personale?
Risposta
C’è una differenza enorme. Tanto è vero che in genere il tipo di target che segue il primo non è interessato al secondo e viceversa.
Siccome, però, molte persone sono ancora confuse, e molte palestre tengono corsi di arti marziali indicandoli come corsi di difesa personale (proponendo l’arte marziale come un metodo per difendersi) è meglio fare un pò luce sulla questione.
Lo studio e la pratica di un’arte marziale presuppongono la dedizione ad un determinato bagaglio tecnico-stilistico, che in genere è nato e si è sviluppato all’interno di un particolare contesto culturale, e che ha quindi caratteristiche specifiche.
Se si osservasse un “kata” eseguito da un artista marziale, con un occhio esperto si potrebbe identificare, dal tipo di movenze, quale disciplina abbia studiato il suo esecutore.
Proprio perchè generate all’interno di certi panorami culturali, di cui sono portatrici, le arti marziali includono sempre, nella loro pratica, un certo codice di comportamento, un certo tipo di costume, ed una forma mentis che è strettamente vincolata alla pratica della disciplina. Viene in mente a tutti la determinazione con cui un praticante di karate sferra il pugno dritto avanti a sè, la posa rigida dei suoi segmenti corporei, l’urlo (il “kiai”) con cui si deve accompagnare la tecnica in certe esecuzioni. In un certo senso, quindi, un’arte marziale ha il grossissimo e meritevole pregio di trasmettere un condizionamento fisico e caratteriale particolare, ed un bagaglio stilistico di tecniche con una sua identità precisa.
Questo è tanto vero che la scelta di un’arte marziale impegna in genere per anni, e che ci si sente appartenenti a quella realtà in modo così viscerale che spesso si finisce per arrivare a sminuire la validità degli altri stili. La pratica di un’arte marziale è una scelta di reale e genuina preferenza.
La difesa personale, invece, parte da un’esigenza. Quella di proteggersi dalle aggressioni. Pertanto, potrebbe utilizzare tecniche di mille, o di nessuna arte marziale. In un apprendimento esclusivamente individuale, essa potrebbe completamente autogenerarsi in base ale risposte istintive del soggetto di fronte a differenti tipologie di attacco. Anzi, come affermò lo Schmidt nella sua teoria sull’apprendimento, dovrebbe essere auspicabile una tale ipotesi, anche se è improponibile a livello di corso.
Ma non solo.
Dovendo affrontare situazioni di pericolo specifiche, la difesa personale non può assolutamente esimersi dal formare nel suo praticante una serie di strategie psicologiche, di strumenti di analisi, di competenze per il confronto verbale, che devono evitare di arrivare alla situazione di contatto fisico. Queste dipendono strettamente dall’ambito in cui si deve operare ed ipotizzare di subire le aggressioni. Ecco perchè io ho chiamato la mia attività CONFLITTO DA STRADA, perchè, per quel che mi riguarda e che riguarda i miei allievi, il contesto da analizzare è quello strettamente urbano.
Parlando in termini molto generici, chi studia un’arte marziale vuole divenire un esperto dei movimenti che studia, vuole essere padrone dello stile, della perfezione tecnica (in particolare se si dedica ai kata) o desidera sperimentare il suo valore e il frutto del suo allenamento in uno scontro codificato (se pratica kunitè o confronto sportivo in genere).
Un praticante di difesa personale, invece, deve imparare ed automatizzare le tecniche perchè non può permettersi il lusso di sbagliare. E, per assurdo, passa ore ed ore a provare cose che, in verità, spera di non dovere MAI utilizzare.